Intervista

Qualche domanda all’autore. A quale genere appartiene La matematica felicità?
La prima volta che qualcuno, un’amica, mi ha posto questa domanda, ho avuto qualche esitazione nel rispondere. È vero: me la sarei potuta cavare parlando di narrativa generica, oppure asserendo “per certi versi, il romanzo somiglia a un giallo”, ma sentivo che nessuna di queste risposte avrebbe dato un’idea concreta del libro. Così ho finito per coniare un genere, quello dell’iperrealtà, dove potessero rientrare opere, come la mia, alla cui base c’è un assunto irreale che l’autore rende realistico.

Tu sei uno scrittore pubblicitario. Lo stile di questo romanzo è stato influenzato dall’arte e dalla tecnica che sono proprie del copywriter?
Tendenzialmente, la narrativa e il copywriting sono all’opposto: cognitiva e circostanziata, la prima; persuasiva ed essenziale, la seconda. L’esperimento di contaminare le caratteristiche dell’una con quelle dell’altra mi è parso interessante; e ancor più, quello di scrivere proposizioni e periodi secondo una creatività tipica della stesura pubblicitaria.

Com’è successo che hai scritto un romanzo?
Qualche anno prima, più per gioco che per altro, avevo buttato giù i prologhi di tre romanzi ipotetici. La cosa avrebbe dovuto concludersi lì: né mi sentivo in grado di riempire un numero adeguato di pagine, né ritenevo che avrei trovato diletto a provarci. Invece, una mattina, dopo avere scelto più o meno a caso uno dei tre incipit, ho iniziato a dargli seguito. Ed è stato sorprendente l’entusiasmo che subito mi ha accompagnato in questo nuovo cammino, di cui io stesso non conoscevo la meta: solo quando ho messo il punto finale al quattordicesimo capitolo, ho avuto la certezza che sarei arrivato sino in fondo. Oggi posso dire di avere portato a termine un affascinante viaggio nelle teste dei personaggi, ma anche nella mia perché, durante la stesura, mi sono ritrovato spesso a condividere gli altalenanti pensieri e i conseguenti umori del protagonista.

Quando hai iniziato a scrivere, non sapevi dunque come si sarebbe sviluppata la trama?
Assolutamente no. Partivo dall’intuizione espressa nel prologo, secondo cui la matematica può essere impiegata per realizzare le aspirazioni delle persone, ma non sapevo nemmeno come renderla credibile. Ho scritto i primi tre capitoli di getto; poi mi sono preso una pausa di un mese per definire a grandi linee la storia; dopodiché sono andato avanti senza conoscerne la conclusione. La suspense della seconda parte del libro non è frutto di tecnica narrativa: è quella reale che ho vissuto io mentre scrivevo. Il finale è nato poco prima che lo digitassi alla tastiera.

Perché la dedica alle donne che ti hanno fatto battere il cuore?
A differenza dei personaggi di sesso maschile del romanzo, che sono per lo più frutto di fantasia, in ognuno degli altri ho fatto confluire tratti della personalità di una o più figure femminili che ho conosciuto, pur ampliandone le sfaccettature caratteriali ai fini della trama. Come se non bastasse, nel corso della prima stesura mi sono divertito a far pronunciare a questi personaggi solo frasi che le donne mi hanno detto. Alla fine, ho però lasciato perdere eliminando e sostituendo le battute che non erano funzionali alla storia, che in un romanzo deve regnare sovrana. E ho tagliato pure le considerazioni che, toccandomi direttamente, rischiavano di essere poco obiettive. Detto ciò, e nonostante le vicende narrate siano frutto di fantasia, considero comunque La matematica felicità un romanzo autobiografico al 50%.

Qual è il risultato in cui speri?
Fra i temi trattati nel libro, c’è quello delle dipendenze che sono poco note sotto questo nome. Chi, oggi, non è prigioniero di PC, TV, farmaci, gioco d’azzardo, sesso o altro? Se ci sarà anche una sola persona che, dopo aver letto le mie pagine, inizierà il percorso psicologico per affrancarsi da una schiavitù del genere, potrò pensare di aver firmato un romanzo di successo, ne fosse pure stata venduta solo una copia.

Intervista

Qualche domanda all’autore. A quale genere appartiene La matematica felicità?
La prima volta che qualcuno, un’amica, mi ha posto questa domanda, ho avuto qualche esitazione nel rispondere. È vero: me la sarei potuta cavare parlando di narrativa generica, oppure asserendo “per certi versi, il romanzo somiglia a un giallo”, ma sentivo che nessuna di queste risposte avrebbe dato un’idea concreta del libro. Così ho finito per coniare un genere, quello dell’iperrealtà, dove potessero rientrare opere, come la mia, alla cui base c’è un assunto irreale che l’autore rende realistico.

Tu sei uno scrittore pubblicitario. Lo stile di questo romanzo è stato influenzato dall’arte e dalla tecnica che sono proprie del copywriter?
Tendenzialmente, la narrativa e il copywriting sono all’opposto: cognitiva e circostanziata, la prima; persuasiva ed essenziale, la seconda. L’esperimento di contaminare le caratteristiche dell’una con quelle dell’altra mi è parso interessante; e ancor più, quello di scrivere proposizioni e periodi secondo una creatività tipica della stesura pubblicitaria.

Com’è successo che hai scritto un romanzo?
Qualche anno prima, più per gioco che per altro, avevo buttato giù i prologhi di tre romanzi ipotetici. La cosa avrebbe dovuto concludersi lì: né mi sentivo in grado di riempire un numero adeguato di pagine, né ritenevo che avrei trovato diletto a provarci. Invece, una mattina, dopo avere scelto più o meno a caso uno dei tre incipit, ho iniziato a dargli seguito. Ed è stato sorprendente l’entusiasmo che subito mi ha accompagnato in questo nuovo cammino, di cui io stesso non conoscevo la meta: solo quando ho messo il punto finale al quattordicesimo capitolo, ho avuto la certezza che sarei arrivato sino in fondo. Oggi posso dire di avere portato a termine un affascinante viaggio nelle teste dei personaggi, ma anche nella mia perché, durante la stesura, mi sono ritrovato spesso a condividere gli altalenanti pensieri e i conseguenti umori del protagonista.

Quando hai iniziato a scrivere, non sapevi dunque come si sarebbe sviluppata la trama?
Assolutamente no. Partivo dall’intuizione espressa nel prologo, secondo cui la matematica può essere impiegata per realizzare le aspirazioni delle persone, ma non sapevo nemmeno come renderla credibile. Ho scritto i primi tre capitoli di getto; poi mi sono preso una pausa di un mese per definire a grandi linee la storia; dopodiché sono andato avanti senza conoscerne la conclusione. La suspense della seconda parte del libro non è frutto di tecnica narrativa: è quella reale che ho vissuto io mentre scrivevo. Il finale è nato poco prima che lo digitassi alla tastiera.

Perché la dedica alle donne che ti hanno fatto battere il cuore?
A differenza dei personaggi di sesso maschile del romanzo, che sono per lo più frutto di fantasia, in ognuno degli altri ho fatto confluire tratti della personalità di una o più figure femminili che ho conosciuto, pur ampliandone le sfaccettature caratteriali ai fini della trama. Come se non bastasse, nel corso della prima stesura mi sono divertito a far pronunciare a questi personaggi solo frasi che le donne mi hanno detto. Alla fine, ho però lasciato perdere eliminando e sostituendo le battute che non erano funzionali alla storia, che in un romanzo deve regnare sovrana. E ho tagliato pure le considerazioni che, toccandomi direttamente, rischiavano di essere poco obiettive. Detto ciò, e nonostante le vicende narrate siano frutto di fantasia, considero comunque La matematica felicità un romanzo autobiografico al 50%.

Qual è il risultato in cui speri?
Fra i temi trattati nel libro, c’è quello delle dipendenze che sono poco note sotto questo nome. Chi, oggi, non è prigioniero di PC, TV, farmaci, gioco d’azzardo, sesso o altro? Se ci sarà anche una sola persona che, dopo aver letto le mie pagine, inizierà il percorso psicologico per affrancarsi da una schiavitù del genere, potrò pensare di aver firmato un romanzo di successo, ne fosse pure stata venduta solo una copia.