Prologo

Sembrava un sabato mattina da archiviare senza titolo. E invece, stavo per imbattermi in qualcosa che avrebbe non solo deciso il mio tempo dalle undici a mezzogiorno, ma cambiato la mia vita per sempre.

Sono gli incontri che deviano il nostro cammino: di solito l’impatto con una persona, ma anche con un libro, un film o una canzone soltanto. E più ci emoziona e scuote con una ventata d’aria fresca, più ci trascina in un vortice. Opporre la forza di volontà serve solo a procurarci ferite, mentre siamo a ogni modo catapultati in una dimensione esaltante e pericolosa.

Tutto ciò io lo sapevo. Ma, come la maggior parte degli esseri umani, ignoravo che in questo correre dietro alla vita potesse entrarci poco il caso e parecchio la matematica; che complessi algoritmi e altrettanto articolati calcoli statistici riuscissero a produrre quale soluzione il nostro destino o, comunque, quello verso cui faremmo bene a orientarci. Ancora adesso, quasi non ci credo.

Ero consapevole, anche prima di quel sabato, dell’importanza della matematica. Non solo per via che quantifica a ognuno di noi il guadagno e la spesa, il lavoro e l’ozio, la luce e il buio, il suono e il silenzio; ma perché il raziocinio che ci guida è tante volte figlio di rigorose leggi matematiche che inconsciamente osserviamo. Perfino coloro che da studenti hanno odiato questa disciplina conducono un’esistenza spesso influenzata dal classico “due più due fa sempre quattro” o “invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia”. Ma, all’ampliarsi delle conoscenze in materia, si concretizza l’eccezionale occasione di guardare alla vita e coglierne aspetti nascosti: verità invisibili a chi non è dotato di arguta mente matematica.

I grandi maestri della dottrina che fu professata da Euclide e Gauss sono poco inclini a perversioni di massa come, ad esempio, il senso del possesso nei rapporti sentimentali, l’intolleranza nei confronti di chi è nato più a sud o verso gli uomini con i capelli lunghi: un vero matematico non dimentica mai che ci sono diverse strade che portano alla soluzione.



I

“Scusi, mi scusi…” udii fra il caos che ogni mattina arriva puntuale alla stazione Termini a Roma. Avevo appena accompagnato a un treno mia madre.

Mi voltai verso la voce, per accorgermi di un uomo sui sessanta passati che si rivolgeva proprio a me. Con occhialetti da professore e barba incolta da studente, cartella impeccabile e giacca spiegazzata, fare gentile e sguardo assassino, si avvicinò e mi chiese se poteva rubarmi due minuti.

“Per la verità ho fretta” mi schermii.

Incalzò serio:

“Ascolti, so bene che all’ottantacinque per cento è infastidito, visto che non sono una bella donna”. Sorrise. “…e che al settantotto per cento non è propenso a credere in ciò che vorrei dirle, ma io devo provarci lo stesso: la posta in gioco è troppo alta. Ci sediamo in quel bar per il tempo di un caffè? So di avere solo il nove per cento di possibilità che accetti” concluse, cercando un’espressione simpatica.

Se voleva colpirmi con quei valori percentuali, c’era riuscito; ma da qui a sedermi con lui…!

Infilò la mano sinistra nella tasca della giacca, per trarne il biglietto da porgermi.

“Sono Matteo Filangieri, docente di analisi matematica presso La Sapienza.”

“Perché vuole parlare con me?”

“Perché cercavo giusto lei.”

Sostenni il peso di una pausa gravosa, fino a quando non l’alleviò:

“O meglio, qualcuno come lei fra i trenta e i quaranta, che avesse un aspetto e dei modi sì eleganti ma anche non comuni, e che mostrasse dunque un’inclinazione a esplorare terreni dove la gente comune non va”.

Sorrise di nuovo.

“Era un complimento?” domandai con sospetto.

Si fece serio.

“Vede, al contrario della vita, la scienza della matematica è esatta. E tutti i miei studi degli ultimi vent’anni sono stati rivolti a metterla al servizio proprio della vita per rendere esatta anche questa. Lei può aiutarmi a capire se si è trattato di anni spesi bene. E, qualora così fosse, i vantaggi sarebbero incommensurabili.”

“Tipo?”

“L’occasione concreta e unica di avverare i desideri. Che cos’ha da perdere ad ascoltarmi, a parte pochi minuti?”

Forse perché aveva il physique du rôle del Genio della lampada, fui tentato di cedere alla curiosità. E alla fine così fu:

“Va bene, ma solo per il tempo di un caffè”.


Si mise comodo, pose la cartella sulle gambe e mi diede l’idea del bambino che ha ottenuto il giocattolo. Cominciò a srotolare pensieri con fervore:

“Illustrando le leggi che collegano le grandezze, la matematica ci suggerisce in che termini ogni cosa sia in relazione con un’altra. Sta a noi recepire e mettere a frutto nel quotidiano”.

“La matematica come filosofia?”

Non rispondeva mai “sì” o “no”, ma sempre esprimendo un concetto, spesso in apparenza non pertinente.

“Ricorda i numeri primi? Quelli molto particolari perché non sono divisibili con altri numeri, escluso l’uno? Bene, anche nella vita ci sono individui particolari che per questo sono primi o, per meglio dire, hanno modo di esserlo facendo tesoro proprio della parte di sé che non possono dividere con altri, se non giusto con qualcuno. Osservandola, ho riconosciuto in lei i tratti del numero primo, che non va reputato solo e triste, ma speciale e vincente.”

Scherzai affinché il mio compiacimento non trapelasse:

“In effetti, negli ultimi tempi non riesco a dividermi fra tutte le rotture che mi capitano”.

“Non capii se scherzò pure lui:

“Visto come la matematica aiuta a valutare l’esistenza e le situazioni? Ah, se i politici fossero altrettanto razionali, deduttivi e rigorosi! Non svuoterebbero le tasche dei cittadini perfino nei rari casi in cui cercano di salvaguardarle. La matematica può dare una mano a compiere scelte logiche, a vivere meglio, a realizzarsi. A lei che manca per essere felice?”.

Provai a esagerare:

“Allora… una donna intelligente e sensibile, ironica e allegra, bella e sexy, che ci sia sempre quando ne ho voglia e che mi capisca le volte che desidero starmene in disparte. Poi opportunità di lavoro che consentano al mio talento di emergere, se di talento m’è lecito sperare di avere. E quel benessere economico che mi faccia togliere sei costosi capricci l’anno senza sentirmi in colpa. Penso che basti, considerato che la salute per adesso l’ho”.

Vidi nella sua espressione una risolutezza sconcertante.

“Io posso darle tutto questo, se si fida e continuerà a farlo per il tempo necessario.”

Mi sforzai di non crederci per evitare delusioni.

“Due caffè, grazie!” ordinò alla bionda e stufa cameriera, poi mi chiese:

“Di che cosa si occupa?”.

“Sono un sound engineer, tecnico di registrazione audio.”

“Avrei detto che fosse un artista. In un certo senso, mi sono avvicinato.” Iniziò a rivolgersi in modo confidenziale: “Comunque sono contento che lavori nella musica, perché questa e la matematica hanno molto in comune. Note e pause seguono sul pentagramma rigide leggi aritmetiche; e le partiture, proprio come i calcoli, possono sempre essere eseguite a ritroso. Senza dimenticare che si deve a Pitagora il primo tentativo di scala musicale, e che quella a cui facciamo riferimento oggi per stabilire gli intervalli fra le note è un insieme matematicamente simmetrico. Sono sicuro che sei predisposto a seguirmi dove intendo portarti”.

“Dove?”

Al solito, non rispose in maniera diretta:

“Prima ti ho sentito fantasticare di una donna intelligente, bella eccetera eccetera. Dimmi il nome di una così con cui hai scambiato almeno quattro parole”.

Non ci riflettei molto, accennando un sorriso.

“Delia Rossetti: viso e capelli mediterranei; forme rotonde e femminili; voce melodiosa, senza mai una stonatura dialettale; personalità magnetica, ma anche sfuggente… Bella e maledetta, insomma.”

“Non ci sei stato a letto, vero?”

Tornai a sorridere.

“No, l’ho vista quattro o cinque volte in comitiva, un anno e mezzo fa. Per me è poco più di un’immagine, e io per lei… non so. Chissà se si è trasferita a Roma, come sperava di fare prima o poi. È di Ladispoli.”

Estrasse dalla cartella un notebook, che mise sul tavolino, accese e connesse a internet. Dopo aver digitato scandendo “Delia Rossetti, Ladispoli”, chiarì lo scopo:

“Tutti noi lasciamo tracce sulla rete. E io troverò quelle di Delia, dovessi cercarle oltre l’ennesimo link”.

Ma non passarono neanche tre minuti, che lo udii esultare.

“Ci sono!”

Girò verso di me il portatile, per mostrarmi lo stralcio di un forum del sito Ladispoli Web. Qualcuno chiedeva “ma sei per caso Delia Rossetti?”.

Dal link finimmo sul forum. La conversazione, di un paio d’anni prima, era di quelle intime. Un che di stupore accompagnò la mia lettura.



Ipotizzato che a prendere il nickname dalla mitologia greca fosse stata proprio la mia afrodite Delia, fui morso da uno strano e fuori luogo sentimento di gelosia o invidia, non per nulla sinonimi l’una dell’altra. Probabilmente mi sarebbe piaciuto che lei trattasse solo con me certi temi, e senza il professore lì a origliare! Allora con un dito sfiorai il touchpad e, picchiettando, feci scorrere il testo sino alla fine.

“Mi pare che basti leggerne poche battute per leggerlo tutto.”

L’occhio cadde così sulle ultime righe, in cui Indio poneva una domanda che non avrebbe avuto riscontro.



Matteo Filangieri chiuse il notebook, sorseggiò il caffè ormai tiepido e non ebbe più freno:

“Dunque, se auspichi che lei frema d’amore e sia disposta a qualsiasi sacrificio per te, io andrò oltre le tue aspettative, dimostrandoti che posso concretizzare le tue aspirazioni. E, nel contempo, proverò a me stesso di essere in grado di farlo”.

Avvertii un brivido d’eccitazione, ma anche di paura, del quale mi vergognai.

Rispose al mio silenzio:

“Non credi che la felicità sia avere tutto quello che desideri?”.

Presi a dare del tu pure io:

“Può darsi. In ogni caso, che speri di ottenere in cambio?”.

Rise.

“Non certo scoparmi Delia, e nemmeno affiancarti nel tuo nuovo lavoro di manager. Mi bastano le soddisfazioni morali e… il trenta per cento di quelle economiche che ricaverai.”

“Ma come conti di procedere?” chiesi preoccupato.

“I motori di ricerca sono soltanto il primo, e spesso inutile, modo di scoprire sulla rete gli interessi di una persona. Esistono strumenti più raffinati: quelli che usa la polizia postale, per intenderci. Una volta note le passioni di Delia, e una già la sappiamo, mi servirò del teorema d’approssimazione di Weierstrass. Dopo aver rappresentato, interpolando modelli di statistica inferenziale, la corrispondenza biiettiva che lega i gradi d’entusiasmo della ragazza a diversi stimoli, ne estrapolerò un polinomio che indichi, in termini numerici, le reazioni di lei a varie azioni. A tal punto, potrai conoscere in anticipo i suoi modi d’agire che le tue mosse indurranno, e quindi decidere che cosa dirà e farà al tuo cospetto.”

“Alla fine, una bambola gonfiabile!”

“Mettila così: tu la renderai felice adottando un comportamento mirato a questo, nel tuo stesso interesse. E che c’è di male a rendere felici gli altri?” Concluse: “Ci aggiorniamo fra due settimane. Scrivi qui nome e numeri di telefono: ti farò avere mie notizie”.

Esaudii meccanicamente.

Mentre da solo mi allontanavo dal bar, mi domandai se quell’uomo fosse pazzo.



II

Erano passate tre settimane dal singolare incontro, e mi sorprendevo a pensarci ancora. In quel periodo ero alle prese con le registrazioni del quarto album di Debora Nori: una giovane autrice e interprete romana che avrebbe meritato di essere più conosciuta dal grande pubblico. Le sue fugaci tournée si rivolgevano a una nicchia di fan; per lei, il business era fare da corista a big della musica italiana, in sala d’incisione e dal vivo.

Io l’avevo scoperta artisticamente a quel tempo. E mi sarei precipitato a comprare tutti i suoi precedenti CD se solo fossero stati ancora in catalogo. Mi ammaliava non soltanto per la voce graffiata ma dolce, per le partiture complesse ma lineari, per i testi ermetici ma evocativi: le riconoscevo il dono di saper vedere le cose da un punto di vista personale e differente, così ascoltare le sue canzoni era un’occasione per riflettere, capire, crescere. Di ogni pezzo apprezzavo pure che il ritornello non si ripresentasse mai coi medesimi versi. Sentir ripetere due o tre volte in pochi minuti le stesse parole, per quanto poetiche possano essere, mi dà sempre voglia di puntualizzare: “Son mica sordo!”.

Si separava di rado da una Moleskine®, dove prendeva nota di spunti per futuri brani. Un pomeriggio la dimenticò aperta sul banco regia, e i miei occhi colsero il distico che vergava una pagina.



Debora rafforzava un mio convincimento: i veri artisti hanno il senso della vera bellezza, forse perché abituati a cercare ogni giorno l’emozione.

Mi sentivo del tutto al servizio di questo nuovo lavoro discografico, che desideravo rispecchiasse fedelmente il mondo di lei. Di conseguenza, nel corso delle sessions, ero concentrato oltre il solito. Probabile che sembrassi in trance, ma m’interessava poter fornire un parere accorto sulle esecuzioni da scegliere per il CD, malgrado quello fosse più il compito del produttore che il mio.

Ricordo che il chitarrista Mirko Fogliani stava provando un breve assolo con la sua Gibson elettrica – una Les Paul Custom del 1954! – e che io, di qua del divisorio in vetro, ero assorto nell’individuare la svisata giusta, allorché sul banco lampeggiò il led rosso della linea telefonica.

“Sì?” risposi alla centralinista.

“Rob?”

“Sono io.”

“C’è in linea per te una certa Delia Rossetti. Te la passo?”

Se non mi venne un colpo, poco ci mancò.

La voce caramellosa e l’allegria pragmatica erano inconfondibili:

“Ciao!, sono Delia. Ho ricevuto il tuo fantasmagorico messaggio con i tre numeri di telefono. Dovevo beccarti per forza!”.

In religioso silenzio, caddi dalle nuvole e da ancora più su. Per fortuna andò avanti lei; ma, in effetti, per fortuna mica tanto:

“Allora, che devi propormi di così speciale? Mi hai incuriosita”.

Pensai al professore – bastardo! – e a me, costretto a guadagnare tempo.

“Ascolta, adesso sto lavorando. Se mi lasci il tuo numero, ti chiamo io dopo.”

“Il mio numero? Ma se mi hai mandato un SMS…!”

Mi ripresi:

“È vero, scusa, non farci caso. E se ci vedessimo domani al Caffè Spagnolo? Ma… ti sei trasferita a Roma?”.

“Sì, sì, okay! Di mattina alle otto e mezzo va bene?”

Sapendo di dovermi trattenere in studio fino a notte inoltrata, avevo supposto l’appuntamento non prima delle dieci, ma assentii lo stesso:

“Ci sarò”.

“A domani dunque. Sono molto carica, ciao!”

“Ciao… un bacio.”

In preda allo scompiglio, ebbi la sola necessità di chiamare il professore al più presto. E raggelai: lui non mi aveva dato alcun recapito telefonico.

Debora, seduta accanto, mi chiese:

“Un tuo giudizio sull’assolo?”.

“Mi pare perfetto.”


Il tragitto in metropolitana della mattina dopo fu, né più né meno, come andare agli esami impreparato. Alle otto e un quarto uscii dalla stazione Spagna; ma, prima che attraversassi la piazza, vibrò il cellulare. Il numero chiamante non era fra quelli memorizzati nella rubrica.

“Sì?”

“Ciao, sono Matteo Filangieri.”

Il tono della mia voce espresse il risentimento.

“Ma in che razza di situazione mi hai messo? Non ho la più pallida idea di cosa tu le abbia scritto a mio nome, non so che raccontarle e la vedo fra dieci minuti!”

“Calma! Se non intendi sbagliare mossa, è necessario che mi paghi un piccolo anticipo di quel trenta per cento pattuito sulla tua ricca vita futura.”

“Eh?” gridai.

“Avevi ragione su Delia: è davvero intelligente, bella e desiderabile. Dunque che sono mille euro per averla nel letto quando vuoi?”

Immaginandomela inghiottii a fatica, mentre lui fece fretta:

“Ti concedo solo qualche minuto. Poi, se avrai deciso per il no, non ci sarà per te un’altra occasione”.

Chiuse il colloquio.

Mi sentii bloccato dai piedi al cervello. Certo, per la prima volta Delia mi era parsa, al telefono, presa da me. Ricordai un po’ ferito una serata in discoteca: nemmeno il tempo di sedermi vicino a lei, bellissima, che di colpo mi aveva mollato sul divanetto comunicandomi “ballo!” e tutto il suo disinteresse per la mia persona. E i sensuali movimenti del suo corpo, al ritmo ipnotico della musica, non mi erano stati forieri di alcun godimento.

Adesso era a pochi metri, nella smaniosa attesa di ciò che avrei dovuto dirle. Appunto, cosa dirle? Che diavolo le aveva scritto il professore per incuriosirla in tal modo?

Chiamai il numero dell’ultima telefonata ricevuta.

“Allora?” esordì lui senza indugio.

“Va bene per i mille euro.”

“Dove ti trovi?”

“A piazza di Spagna.”

“Vediamoci fra dieci minuti al solito bar della stazione.”

“Ma che dici? Non arriverei più all’appuntamento con Delia.”

“Fidati! Se vuoi conquistarla davvero, oggi non devi incontrarla per niente. Ti aspetto.”


Stordito, stavo ormai per raggiungere il professore. Era seduto nell’area esterna del locale, con una giacca stazzonata indosso e un quotidiano aperto sul tavolino.

Sedetti anch’io, dopo aver spostato la sedia con un piede a mostrare la contrarietà.

“Chiamala!” m’istruì.

“Cosa…?”

“Dille che non potete vedervi: trova un pretesto qualsiasi.”

Mi porse un telefonino, di vecchia generazione, con già impresso sul display il numero della dea.

“Ciao, sono Rob.”

“Ehi, ma dove ti sei cacciato?”

“Scusami, purtroppo sto per andare di corsa in studio. Poco fa è stata decisa una session mattutina, sebbene stanotte avessimo finito alle due. Sai come sono gli artisti, no? Bizzarri e imprevedibili.”

“E quindi?”

“Quindi perdonami, mi faccio sentire io… magari per qualcosa di più d’una colazione.”

“Sei consapevole che dovrai offrirmi una cena, vero?”

Il tono scherzoso mi rincuorò.

“D’accordo, con piacere.”

“Ciao, allora.”

“A presto!”

Notai che la pronuncia di quel “ciao”, per la prima volta senza la corretta consonante raddoppiata, aveva palesato le origini romanesche di lei. Era come… se avesse preso a togliersi i vestiti per me.

La voce del matematico mi riportò sulla terra.

“Mi sembra utile discutere lo stato attuale della faccenda. Tu mi hai esposto una ricetta di felicità a base di tre ingredienti, ovvero passione, prestigio e agiatezza, e io mi sono limitato a farti avere sentore del primo. Che effetto ti fa scoprire alla tua portata un sogno che, soltanto l’altro ieri, consideravi utopistico?”

Provai a ridimensionare:

“Elettrizzante, fuor di dubbio; ma preciso che al nostro primo incontro io ho espresso tre desideri senza ragionarci troppo e… per nulla convinto del tuo luminoso genio. Potrei averti riferito semplici velleità del momento, di nessun interesse per me ora”.

“Fregnacce! Qualunque giovane che usi la testa mira a realizzarsi nei campi del lavoro e degli affetti. E poi, proprio perché hai manifestato le prime aspirazioni che ti sono venute in mente, ne hai rivelate di vere. Se le soffochi, le reprimi, ottieni solo d’ingigantirle, di gonfiarle al punto che scoppieranno uccidendoti.”

“Siamo sul catastrofico!”

Andò al sodo:

“Quando mi consegni la somma, meglio se in contanti?”.

Presi tempo irridente:

“Così è vera catastrofe! Io, Delia, nemmeno l’ho incrociata, mi chiedo che cosa si aspetti da me e non so neanche, dopo un anno e mezzo dall’ultima volta che l’ho vista, se mi piace ancora. Per quale motivo dovrei pagare mille euro?”.

Il professore mise mano alla cartella che aveva poggiato su una sedia. E ne trasse un piego di fogli, stropicciati come la propria giacca e tenuti insieme da una clip.

“Studia con calma, poi portala fuori e comportati secondo quanto appreso. Mi farai sapere. Nessuna fretta per il mio meritato compenso!”

Non diedi particolare importanza alle carte che mi passò. Il solo elemento di rilievo era adesso il numero del telefonino di Delia salvato nella mia memoria.


Dopo quel zigzagare della mattina, mi sentivo abbastanza fuori del tempo, tant’è vero che giunsi in studio, nella lontana via Flaminia, con quasi un’ora di ritardo. Debora ci scherzò su:

“Ed ecco a voi, venuto apposta dagli Abbey Road Studios, il grande, unico e inconfondibile… Rob Italiano!”.

Scrosciò l’applauso dell’arrangiatore, dei musicisti, delle coriste nonché quello di Valeria, la mia assistente. Feci un inchino, chiesi scusa e sedetti accanto a lei.

Nella live room, il giovane produttore artistico Germano Ravelli riprese a esporre a Debora e al batterista Fabrizio Liguori il ritmo da conferire a un pezzo.

“Cosa ti è capitato?” domandò flebilmente Valeria, spostandomi dall’orecchio il padiglione della cuffia appena indossata. “In tre anni che lavoriamo assieme, non ti ho mai visto arrivare in ritardo.”

“Nulla di grave… ti spiego dopo.”

“Il Produttore Ragazzino ha fatto dell’ironia.” La voce fece il verso a quella di Germano: “Che differenze ci sono fra quando Rob c’è e quando no? Sembra comunque altrove”. Poi il timbro e l’inflessione tornarono naturali: “Debora ti ha difeso, definendoti insostituibile per gusto e competenza”.

“Bene, se il ragazzino vuole la guerra, allora guerra sarà!”

Valeria sorrise e mi strinse un braccio.

“Non dovevo dirtelo. Ho dimenticato che sei più permaloso di una bella donna.”

Cercai sfogo ad altre inquietudini:

“È chiaro che lui non sia cosciente del suo punto debole: impartisce di continuo ordini su come usare voce e strumenti, e non distingue una terza da una quinta!”.

La coscia nuda di Valeria diede, complice, un colpetto alla mia.

“Stai parlando di armonia musicale o… di tette?”

Era la compagna di banco che avrei voluto a scuola. Oltre a essere molto capace, questa milanese doc mi sorprendeva per come sapesse sdrammatizzare le conflittualità con sorridente distacco e pronta intelligenza. Fino a cinque anni prima, aveva coltivato il sogno di cantare: dopo aver preso lezioni da una maestra ben conosciuta nell’ambiente, era diventata la frontwoman di un gruppo composto per il resto da maschi. Per quanto non sembrasse una circe, aveva stregato tanti uomini. Chissà se proprio il suo fascino, di certo subito da più di uno dei musicisti di quella band, non avesse concorso a causarne il prematuro scioglimento.

Infatuatasi di un chitarrista romano, era venuta a vivere nella Capitale, guadagnandosi il posto al mixer del gruppo di lui. Piantata – capita anche alle donne affascinanti – aveva preso a frequentare sempre a Roma un famoso produttore discografico – le donne affascinanti non restano sole a lungo – sposato e di vent’anni più grande. Si vedevano ancora in modo sporadico, senza impegno.

Avrei ceduto volentieri alla tentazione di confidarmi e raccontarle del professore, di Delia e di questa vicenda assurda. Ma sapevo che il giudizio della collega sarebbe stato pesante. M’immaginavo una paternale del tipo: “Credi davvero che nella vita sia tutto riconducibile a un’equazione matematica? E che si possa raggiungere qualunque obiettivo semplicemente calcolando delle incognite? Ma se anche così fosse, che piacere ricaveresti da tali conquiste, realizzate non grazie alle tue doti ma con l’aiuto di una formula pressoché magica?”.

Forse, più che l’eventuale pensiero di Valeria, quello in realtà era il mio. In ogni caso, decisi che l’inopinata storia l’avrei condivisa soltanto dopo il suo epilogo. Viverla sarebbe stata una debolezza o un’azione coraggiosa comunque mia e solo mia.

Il fatto strano è che non vagliai neppure la possibilità, fino a quel momento attuabilissima, di lasciar perdere. Mi piaceva sentirmi su questa pista infida, perversa e inconfessabile, con al traguardo il paradiso o l’inferno.


Nondimeno, mentre un autobus mi portava a casa, fui solleticato dall’idea di non guardare per nulla i fogli del professore. In fondo, anche senza il suo ausilio avrei potuto lo stesso attrarre Delia: fisicamente non ero poi così male; svolgevo un lavoro degno d’interesse; risultavo disinvolto nel rapporto con gli altri; in tutta onestà, mi attribuivo parecchio talento a letto.

Due ore più tardi, rilassato sul divano, gettai uno sguardo al tavolino con sopra sia i fogli che il cellulare. Presi quest’ultimo.

“Pronto?” fece lei, svagata.

“Delia, ciao… sono Rob.”

“Ciao, ma quante sim possiedi? Ho ricevuto poco fa il tuo messaggio. La mia risposta è… sì!”

“Sì?”

“Hai capito bene. Certo che sei imprevedibile!”

Nel sentirla contenta in questo discorso fra pazzi, mi si apriva il cuore.

“Faccio del mio meglio, con te.”

La udii ridere col sottofondo ovattato d’un trillo di campanello.

“Ci si vede dunque domenica. Scusa, ma aspettavo un amico… Ah, per i dettagli concordiamo la mattina stessa, d’accordo? Ciao!”

“Ciao… a domenica.”

Era venerdì, non sapevo molto del mio appuntamento con lei, che per di più ora si trovava a casa con… l’amico!

Per distrarmi, pigliai i fogli del matematico. Sul primo lessi un polinomio e, sotto, la metodologia da seguire per dei calcoli. Nei fogli successivi, per un’infinità di luoghi e circostanze ordinati per genere, mi sarei imbattuto in valori di “x”, “y” e “z” da assegnare all’espressione allo scopo di ottenere un numero compreso fra zero e dieci. Questo avrebbe quantificato il gradimento di Delia per ogni nostro possibile incontro.

Mi sembrò più dilettevole della Settimana enigmistica. E ritenni che Matteo Filangieri avesse senza dubbio svolto un gran lavoro, anche se con risultati tutti da verificare. Ma lasciai quei fogli rimpossessandomi del vero problema: la furbizia di quest’individuo, che aveva “scommesso” mille euro sulla mia necessità di saperne di più sull’appuntamento preso da lui (!) per me.

“E se domenica improvvisassi? Magari ne verrebbe fuori una ‘jam-session’ divertente” ipotizzai. Ma un’altra riflessione sminuì la prima: “In tal modo però potrei giocarmi per sempre Delia, perdendo di credibilità ai suoi occhi. E addio pure al resto del futuro stimolante che promette il professore! Cos’è che desidero davvero?”.

Mi mancava la consapevolezza di non avere scelta: l’adrenalina in circolo era già così tanta da procurare dipendenza. Matteo Filangieri mi aveva in pugno.


“Mi scontro da un po’ con gli sguardi del solito bar” considerai, con in mente una vecchia canzone che ricordo solo io, mentre quel sabato sedevo al tavolo con il professore.

Gli diedi una busta, con dentro venti banconote da cinquanta, che intascò nella giacca con la buona creanza di non contare. Prese quindi il telefonino e, dopo averne pigiato qualche tasto, lo pose davanti ai miei occhi. Il display visualizzava l’ultimo SMS spedito a Delia.



Ovvio che lei aveva risposto di sì. Qualunque donna l’avrebbe fatto.

Il matematico calcolò il mio pensiero:

“Non è solo per la casa dell’attore bello e famoso: la eccitano le situazioni di pericolo, e non ha una chiara percezione del male e del bene. Immagino che, queste e altre cose su di lei, tu le abbia già scoperte studiando il mio elaborato, no?”.

Un po’ aspro, andai al nocciolo:

“Dov’è la villa e come faremo a entrarci?”.

Mise mano nella tasca interna della giacca, per pormi innanzi uno degli abituali fogli spiegazzati. C’era stampata una piantina dell’Infernetto. Uno scarabocchio di biro rossa contrassegnava l’abitazione; con identico inchiostro, erano state scritte in calce altre indicazioni utili. Delucidò:

“Sul lato posteriore della villa, una piccola parte del muro di cinta è ancora priva d’inferriata. Vi darà accesso al giardino. Sul retro della casa, aprendo l’ultima persiana a destra, troverete le chiavi messe a disposizione dei visitatori autorizzati. L’importante è che diate l’idea di essere tali, qualora foste visti dalla coppia di anziani custodi che abita nella dépendance. Superfluo aggiungerlo: sarebbe preferibile passare inavvertiti”.

Mi dissi in silenzio:

“Con una donna, una cosa normale mai, vero Rob?”.



III

La domenica mattina ci fu un breve scambio di SMS fra me e Delia.



Con la camicia, i calzoni e le scarpe che più mi piacevano per quell’estiva primavera, alle quattordici e trenta salii nella mia Citroën C5 tirata a lucido. Avevo previsto che da Monteverde Nuovo, dove stavo di casa io, ci volesse circa mezz’ora. Infatti imboccai la via stabilita con due minuti d’anticipo.

Prima d’individuare il portone “ventotto”, scorsi lei ad attendermi all’ombra di un platano. Era di una bellezza commovente: capelli scuri, lunghi e ondulati, che sembrarono mare aperto di notte; occhiali da sole grintosi, a proteggere la soavità dello sguardo; vistoso top giallo, che splendeva sotto una giacca nera sbottonata; pantaloni stretti, sempre neri, ad abbozzare quanto nascondevano; eleganti mocassini, ancora dello stesso colore, che vidi muovere con classe verso la mia auto, appena accostatasi. Aprì la portiera e si sporse dentro affabile.

“Che bella macchina! Ci trattiamo bene, eh?”

Quando fu a bordo, l’accolsi con un bacio sulla guancia e una disarmata sincerità:

“Sei tu bella”.

Sorrise mentre rivolse altrove gli occhi, che poi tornarono su di me.

“Dunque dov’è questa casa? E come ti è venuta l’idea?”

Dissi non sapendo che dire:

“Cerco ispirazione per la mia prossima dimora”.

“Spero d’aiutarti, anche se l’anno scorso mi sono laureata non in architettura ma in filosofia.”

Misi in marcia l’auto. Buona parte del tragitto fu scandita da rievocazioni dei nostri pochi incontri, sempre in gruppo, e di episodi vissuti separatamente con Marcello, l’amico in comune grazie a cui l’avevo conosciuta.

“A proposito, lo hai sentito negli ultimi tempi?” domandai.

“No. Tutte le volte debbo essere io a chiamarlo e comincio a stancarmi: mi piacerebbe che, ogni tanto, si ricordasse lui di me.”

“Ma, a meno che tu non sia al primo posto fra gli interessi di una persona, ti gratifica davvero che questa ti cerchi perché, in quel momento, non può dedicarsi alle sue priorità? A me lusinga di più che qualcuno sia disponibile quando io lo cerco e che, magari, rinvii un impegno pur di vedermi.”

Lasciataci alle spalle via Cristoforo Colombo, mi diede l’impressione d’inseguire un pensiero:

“C’è qualche aspetto della tua vita che preferisci tacere?”.

“Forse, ma solo da poco. Se me l’avessi chiesto un mese fa, mi sarei vantato di poter raccontare a chiunque ogni cosa di me.”

Resi la domanda.

E “sì” fu la recisa risposta.

Per toglierci dall’imbarazzo del silenzio, allora scherzai:

“Ho capito… sei stata con una donna!”.

Rise, col suo riso argentino.

“Nooo! Rob… te lo direi.”


Dopo aver superato di una decina di metri il cinereo cancello in ferro battuto della villa, parcheggiai. Mentre ci dirigevamo a piedi verso la meta, con Delia poco più avanti, la guardavo. E godevo del piacere che mi procurava guardarla. La sensazione era che fossimo due anime entrate in risonanza e che, da quel giorno, ognuna avrebbe vibrato con l’altra per simpatia, come le doppie corde di una viola d’amore.

Si volse indietro.

“Non mi sarebbe dispiaciuto, con questo caldo, se fossi stata in minigonna.”

“Invece te ne saresti pentita: per giungere sul retro, dobbiamo passare per quella striscia di terreno ricca di arbusti, che ti avrebbero graffiato le gambe.”

Iniziammo l’angusto percorso.

“Sei premuroso o mi credi orribile con la gonna?”

“È chiaro: la seconda!”

La sua voce appariva ora graziosamente stizzita.

“Guarda, non ti rispondo neanche perché… sono troppo buona!”

Mi sapeva tanto di gioco. E, visto che dopo la fanciullezza non capita spesso di giocare, percepivo di vivere momenti preziosi.

“Sai che mi ricordi qualcuna?”

“Chi?”

“Catherine Zeta-Jones alla tua età.”

“Be’, allora non devo essere poi così male con la gonna. Non immagini neppure cosa ti sei perso!”

Nel mezzo d’una siepe di Leyland, si svelò il varco che ci avrebbe permesso di entrare. Facendoci largo fra i rami, scavalcammo gli ottanta centimetri del muro di cinta, prima Delia e poi io.

Il parco della villa, di un tremila metri quadri, era di notevole impatto. Disposte secondo un riuscito e armonioso disegno, le specie arboree, arbustive ed erbacee – dalle palme ai melograni, dagli ibischi alle azalee, dai giacinti agli anemoni – producevano, con il contributo del silenzio, un ossigenante senso di quiete.

A un centinaio di metri da noi, si ergeva su due piani la casa, di stile classico, con la facciata destra che dava su una piscina olimpionica e un campo da tennis in terra battuta, mentre sul fronte opposto, alle distanze opportune, c’erano la dépendance e il garage. Percorrendo un passetto in pietra, che si snodava sul prato inglese tutt’attorno, Delia fece strada. E, trovatasi oltre un ottagonale gazebo in legno di teak, ricoperto di tessuto bianco sulla tettoia e di gelsomini sui grigliati laterali, puntò a un variopinto angolo di giardino: una collezione di rose antiche, dal fascino diverso che si può cogliere solo dimenticando l’impeccabilità di quelle moderne.

Cercai di stabilire un contatto coi pensieri di lei:

“Chi ama il loro profumo e i loro colori gli perdona che si concedano una sola volta l’anno”.

“E tu, qualora amassi profondamente una donna, la perdoneresti se potesse concedersi a te una volta l’anno soltanto?”

“Ho sempre ragionato in termini di qualità e non di quantità.”

Forse paga della risposta, si chinò verso il roseto e, con due dita, flesse con delicatezza un gambo per sentire il promesso profumo. Poi, tiratasi su, mi venne vicinissima con voce di bimba – “guarda cosa mi son fatta!” – mostrandomi sul polpastrello dell’indice una minuscola goccia purpurea. Come si fa coi bimbi, presi quel dito per succhiare.

“Che fai?” frusciò, ritraendo la mano. “Su, entriamo in casa!”


Varcammo un ingresso dalle due ante interamente in vetro, cornici di legno a parte. La pavimentazione, in cotto, apparve tutt’una con quella esterna del patio, mitigando in me l’idea d’invadere uno spazio chiuso.

Neanche un paio di secondi e sobbalzai, non so se più a causa di un improvviso risuonare di campane o più per il grido di Delia che ne derivò. Ridemmo di gusto nell’accorgerci che il suono giungeva da un magnifico orologio a pendolo da gran salone, mentre eseguiva le battute iniziali di Fra Martino con un finale costituito da quattro rintocchi.

Era davvero un gran salone, ancora da arredare del tutto: per esempio, non un solo quadro corrompeva il candore delle pareti.

In stile Inghilterra edoardiana, un divano a “L” in pelle bianca, dalle dimensioni inimmaginabili, assicurava ai futuri ospiti l’invidiabile vista sul verde offerta da due luminose finestre; nei mesi freddi, il calduccio di un camino ad angolo.

Più avanti la zona conviviale, cui si accedeva passando semplicemente sotto un arco di gesso, era segnata da un tavolo di forma ellittica, per almeno dodici persone, con la base in bronzo e il piano in cristallo con cesellature lungo il bordo.

Ancora oltre, una porta scorrevole in vetro satinato, dai leggeri decori sabbiati, dava adito a un’ampia cucina in muratura con al centro un’isola rettangolare. Si capiva che era una cucina mai utilizzata.

“Allora Rob, cosa vuoi per cena?”

“Forse dovrei chiederlo io a te: ai fornelli me la cavo bene.”

“Sì? Sei pieno di risorse” fece, aprendo qualche anta dei pensili in ciliegio che, puntualmente, si rivelavano vuoti proprio come lo spazioso frigo.

“Senti Delia, non possiamo dedicarci all’arte gastronomica, dunque che dici d’una visita al piano di sopra?”

“Non vorrai mica portarmi in una stanza da letto?”

“Chissà!”

Tornammo sui nostri passi, per servirci della scala in legno di mogano che avevamo visto prima.

Su, un disimpegno accompagnava in tre camere. La prima, con i mobili in noce intarsiato, aveva il bagno padronale annesso, che si presentò completo di tutto il desiderabile: una scenografica sauna finlandese; un enorme box doccia con funzioni di turbomassaggio, getto a cascata e bagno turco; una vasca Jacuzzi per due, dagli insoliti profili in vetro opaco chiaro, posta sotto una volta di gesso con faretti incassati. Il bordo della vasca, ricoperto per metà della larghezza da marmo bianco di Carrara, alloggiava il pannello comandi dell’idromassaggio shiatsu computerizzato.

“Rob, guarda! Ma quand’è che avremo un bagno così?”

Non lo nego: l’uso della prima persona plurale mi emozionò.

Le piastrelle erano di due tipi: alcune bianco-lucide, impreziosite da minuti cristalli di quarzo trasparente sotto lo smalto; altre, ancora più appariscenti, di colore oro antico. Insieme, grazie a tagli diversi, dipingevano le pareti in maniera sempre varia e mai banale.

“Ma sono d’oro?” chiese, passando due dita su uno dei torelli che, allineati alla classica altezza di un metro e venti, delimitavano in alto il rivestimento ceramico dei muri.

In quell’istante avrei sminuito qualsiasi cosa fosse appartenuta a un altro, perciò risposi:

“Ma no! È solo una sottile foglia…”.

Non ebbi modo di concludere, che sentimmo provenire uno scricchiolio da giù. Lessi paura nel suo sguardo e nella sua voce ora tenue:

“Rob, è entrato qualcuno. Che facciamo?”.

Riconosco di non avere molte delle qualità che vanta la maggior parte degli uomini. Ma, di contro, sono cosciente di possederne poche altre che parecchi si sognano. Una di queste è che nei momenti di pericolo, in cui tutti intorno perdono la testa mentre, in una manciata di secondi, necessita trovare la soluzione senza l’opportunità di riprovarci in caso di errore, finisce che d’improvviso mi estranio e, come guardando dall’alto, spoglio del coinvolgimento emotivo che offusca il braccio e la mente, scorgo nitido un varco d’uscita verso la salvezza, fosse anche unico e stretto.


Quindicenne, nel mare di Focene con due compagni di classe, mi accorsi che uno di loro, Lorenzo, annaspava a causa della marea alzatasi di colpo. L’altro, Davide, poco fiducioso nelle proprie abilità natatorie, con l’aiuto delle pinne stava di gran carriera guadagnando la riva. Mi sembrò d’assistere più o meno a una finzione cinematografica, investito di una calma irreale e ormai inconsapevole che, avvicinandomi al compagno incapace di restare a galla ancora a lungo, avrei corso il serio rischio che mi trascinasse giù con lui. Sorridendo, gli nuotai incontro senza fretta, comportandomi nella sola maniera possibile per uscirne vivi: capovolsi la situazione, presentandola ai suoi occhi come per nulla critica, come veramente finii per vederla io con una certa dose d’incoscienza. Protesi un braccio e invitai Lorenzo ad appoggiarsi. Questi, tranquillizzatosi per prodigio, ubbidì facendosi leggero.

Ma, guardando “dall’alto”, ogni cosa appare piccola: mi ci volle un po’ per rendermi conto che la distanza dalla battigia, con la corrente che spingeva al largo e col mio handicap di nuotare con un braccio soltanto, diventava sempre maggiore. Per fortuna giunse a tiro di voce un pedalò; così, con identica calma, provai a irretire l’attenzione dei due sul natante. Qui sorse il problema perché quei ragazzi, ritenendo che la mia richiesta d’aiuto avesse un tono troppo pacato, immaginarono uno scherzo e fecero per allontanarsi. Provvide Lorenzo, con le sue parolacce, a richiamarli e a consentirci di raggiungere la riva in tutto relax, aggrappati al pedalò.


“Rob! E se sale qui…? Nella migliore delle ipotesi ci scambierà per ladri!”

“Occorre capovolgere la situazione.”

“Vale a dire?”

“Se entra, anziché risultare fuori posto e imbarazzati noi, bisogna mettere a disagio lui o lei.”

“E come?”

“C’è un solo modo: deve trovarci mentre… ci baciamo.”

Delia esibì un vago sorriso, intanto che cominciò a guardarsi attorno accennando nervosi saltelli.

“Che fai?” chiesi.

“Vedo se ci sono alternative.”

Il rumore della mia vanità calpestata dalle sue belle scarpe venne presto sovrastato da quello di passi sulla scala. Allora, senza preavviso alcuno, lei mi si gettò al collo paralizzandomi. E quando si accorse che non muovevo più un dito, vi pose rimedio:

“Non ti preoccupare, stringimi!”.

Proprio nell’attimo in cui una figura si fece alla porta, avvertii premere le morbide labbra di Delia contro le mie.

Con pronuncia inglese poco probabile, una stentorea voce maschile avanti con gli anni manifestò con il tono lo sbigottimento:

“Ah… sorry!”.

Come in un film comico, tenendo la bocca attaccata a quella di lei, e senza guardare verso l’uscio, feci con la mano un cenno per dire “non si preoccupi, entri pure!”.

E l’uomo, per contro, uscì all’istante bofonchiando:

Li mortacci loro! ’Sti attori americani n’annunciano mai quanno ariveno”.

Delia si staccò, e fece fatica a contenersi dal ridere e parlare.

“Sentito? Ci ha preso per attori americani!”

“Cose che capitano.”

“Rob, sei un genio!”

E mi baciò di nuovo, aprendo stavolta un varco alla sua magnetica lingua.

Appoggiai una mano sul seno vicino al cuore.

Mi rivolse uno sguardo vulnerabile.

“Mi spiace, non trovi moltissimo.”

“Te l’ho detto che preferisco la qualità alla quantità.”

Sciolse a questo punto l’abbraccio, e si sfilò dapprima la giacca e poi il top, sotto cui non portava nulla. Chissà perché fui sorpreso quando procedette a spogliarsi, e anche gli slip neri dai gentili ricami finirono a far compagnia agli altri capi, a contrastare il bianco del piano di marmo con due lavabi. Forse, non avrei osato immaginarla nuda alla nostra prima uscita da soli. Rimasi in estatica contemplazione per qualche secondo, finché non domandò:

“E tu… non ti togli niente?”.

“È vero, scusa.”

Mi svestii di tutto anch’io, per inebriarmi al massimo del corpo da stringere.

“La mia pelle respira a contatto con la tua” le dissi a un orecchio.

Mi slegai con lo scopo di ammirarla ancora, quindi mi flessi sulle ginocchia. La mia bocca scompigliò la sua soffice angora, per poi scivolare giù golosa.

Non so quanto tempo sia passato, prima che mi chiedesse di sedermi sul bordo della Jacuzzi.

“Potremmo farlo in questo modo” suggerì, mentre la vidi di schiena, callipigia, accomodarsi su di me.

Il suo movimento iniziò subito con senso ritmico, e le mie mani interpretarono un tracimante desiderio per seni, addome, cosce e glutei.

Volse indietro il viso accalorato.

“Ce la fai a resistere?”

Ambii a stupirla:

“Posso quanto voglio”.

“Fantasmagorico! E chi ti molla più?”


Fuori era già penombra.

“Rob, è tardissimo: dovrei essere a casa da un pezzo!” lamentò, mentre indossava di premura gli slip.

“Pensavo abitassi da sola.”

“Ho affittato un piccolo appartamento con una cugina. E quando dividi la casa con qualcuno, anche se all’insegna della reciproca libertà, hai comunque dei vincoli, fosse solo che l’altra persona ti aspetta e sta facendo da mangiare pure per te.”

Una volta in giardino, ci dirigemmo verso il cancello: era probabile che una delle chiavi legate a quella della casa l’avrebbe aperto. Dopo, sarei tornato a riporre il mazzo dietro la persiana sul retro.

Notammo sulla destra una cappella privata. Il portale, in ferro battuto grigio, appariva socchiuso.

“Guarda!” bisbigliò, con tono complice. “A saperlo… sarebbe stato eccitante farlo là.”

In tutta franchezza, non compresi se scherzasse o dicesse sul serio.

Quando fummo in auto, il suo rilassamento si poteva toccare con mano.

Fui lì lì per invitarla a casa mia per la sera successiva, ma un dubbio mi azzerò l’audio: in che misura l’avevo eccitata io e non la situazione ad hoc prodotta dal professore sulla base di risultati matematici? E perché mettermi ora a rischio di proporre qualcosa che, magari, non l’avrebbe attratta più di tanto, mentre prima avrei potuto fare un po’ di calcoli con il polinomio che la rappresentava? Mi stavo scoprendo terribilmente insicuro e con un’eccessiva paura di perdere l’euforia appena conquistata, che nessun’altra donna mi aveva mai procurato prima.

“Sei troppo silenzioso. A che pensi?”

“A nulla.”

Sorrise e mi carezzò con le unghie una coscia.

“E chi ti crede? Vuoi farne un mistero?”

“No.”

“Allora dai, sono curiosa!”

“Stavo pensando che… a casa di Matt Damon, ho fatto l’amore con Catherine Zeta-Jones.”


Prologo

Sembrava un sabato mattina da archiviare senza titolo. E invece, stavo per imbattermi in qualcosa che avrebbe non solo deciso il mio tempo dalle undici a mezzogiorno, ma cambiato la mia vita per sempre.

Sono gli incontri che deviano il nostro cammino: di solito l’impatto con una persona, ma anche con un libro, un film o una canzone soltanto. E più ci emoziona e scuote con una ventata d’aria fresca, più ci trascina in un vortice. Opporre la forza di volontà serve solo a procurarci ferite, mentre siamo a ogni modo catapultati in una dimensione esaltante e pericolosa.

Tutto ciò io lo sapevo. Ma, come la maggior parte degli esseri umani, ignoravo che in questo correre dietro alla vita potesse entrarci poco il caso e parecchio la matematica; che complessi algoritmi e altrettanto articolati calcoli statistici riuscissero a produrre quale soluzione il nostro destino o, comunque, quello verso cui faremmo bene a orientarci. Ancora adesso, quasi non ci credo.

Ero consapevole, anche prima di quel sabato, dell’importanza della matematica. Non solo per via che quantifica a ognuno di noi il guadagno e la spesa, il lavoro e l’ozio, la luce e il buio, il suono e il silenzio; ma perché il raziocinio che ci guida è tante volte figlio di rigorose leggi matematiche che inconsciamente osserviamo. Perfino coloro che da studenti hanno odiato questa disciplina conducono un’esistenza spesso influenzata dal classico “due più due fa sempre quattro” o “invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia”. Ma, all’ampliarsi delle conoscenze in materia, si concretizza l’eccezionale occasione di guardare alla vita e coglierne aspetti nascosti: verità invisibili a chi non è dotato di arguta mente matematica.

I grandi maestri della dottrina che fu professata da Euclide e Gauss sono poco inclini a perversioni di massa come, ad esempio, il senso del possesso nei rapporti sentimentali, l’intolleranza nei confronti di chi è nato più a sud o verso gli uomini con i capelli lunghi: un vero matematico non dimentica mai che ci sono diverse strade che portano alla soluzione.



I

“Scusi, mi scusi…” udii fra il caos che ogni mattina arriva puntuale alla stazione Termini a Roma. Avevo appena accompagnato a un treno mia madre.

Mi voltai verso la voce, per accorgermi di un uomo sui sessanta passati che si rivolgeva proprio a me. Con occhialetti da professore e barba incolta da studente, cartella impeccabile e giacca spiegazzata, fare gentile e sguardo assassino, si avvicinò e mi chiese se poteva rubarmi due minuti.

“Per la verità ho fretta” mi schermii.

Incalzò serio:

“Ascolti, so bene che all’ottantacinque per cento è infastidito, visto che non sono una bella donna”. Sorrise. “…e che al settantotto per cento non è propenso a credere in ciò che vorrei dirle, ma io devo provarci lo stesso: la posta in gioco è troppo alta. Ci sediamo in quel bar per il tempo di un caffè? So di avere solo il nove per cento di possibilità che accetti” concluse, cercando un’espressione simpatica.

Se voleva colpirmi con quei valori percentuali, c’era riuscito; ma da qui a sedermi con lui…!

Infilò la mano sinistra nella tasca della giacca, per trarne il biglietto da porgermi.

“Sono Matteo Filangieri, docente di analisi matematica presso La Sapienza.”

“Perché vuole parlare con me?”

“Perché cercavo giusto lei.”

Sostenni il peso di una pausa gravosa, fino a quando non l’alleviò:

“O meglio, qualcuno come lei fra i trenta e i quaranta, che avesse un aspetto e dei modi sì eleganti ma anche non comuni, e che mostrasse dunque un’inclinazione a esplorare terreni dove la gente comune non va”.

Sorrise di nuovo.

“Era un complimento?” domandai con sospetto.

Si fece serio.

“Vede, al contrario della vita, la scienza della matematica è esatta. E tutti i miei studi degli ultimi vent’anni sono stati rivolti a metterla al servizio proprio della vita per rendere esatta anche questa. Lei può aiutarmi a capire se si è trattato di anni spesi bene. E, qualora così fosse, i vantaggi sarebbero incommensurabili.”

“Tipo?”

“L’occasione concreta e unica di avverare i desideri. Che cos’ha da perdere ad ascoltarmi, a parte pochi minuti?”

Forse perché aveva il physique du rôle del Genio della lampada, fui tentato di cedere alla curiosità. E alla fine così fu:

“Va bene, ma solo per il tempo di un caffè”.


Si mise comodo, pose la cartella sulle gambe e mi diede l’idea del bambino che ha ottenuto il giocattolo. Cominciò a srotolare pensieri con fervore:

“Illustrando le leggi che collegano le grandezze, la matematica ci suggerisce in che termini ogni cosa sia in relazione con un’altra. Sta a noi recepire e mettere a frutto nel quotidiano”.

“La matematica come filosofia?”

Non rispondeva mai “sì” o “no”, ma sempre esprimendo un concetto, spesso in apparenza non pertinente.

“Ricorda i numeri primi? Quelli molto particolari perché non sono divisibili con altri numeri, escluso l’uno? Bene, anche nella vita ci sono individui particolari che per questo sono primi o, per meglio dire, hanno modo di esserlo facendo tesoro proprio della parte di sé che non possono dividere con altri, se non giusto con qualcuno. Osservandola, ho riconosciuto in lei i tratti del numero primo, che non va reputato solo e triste, ma speciale e vincente.”

Scherzai affinché il mio compiacimento non trapelasse:

“In effetti, negli ultimi tempi non riesco a dividermi fra tutte le rotture che mi capitano”.

“Non capii se scherzò pure lui:

“Visto come la matematica aiuta a valutare l’esistenza e le situazioni? Ah, se i politici fossero altrettanto razionali, deduttivi e rigorosi! Non svuoterebbero le tasche dei cittadini perfino nei rari casi in cui cercano di salvaguardarle. La matematica può dare una mano a compiere scelte logiche, a vivere meglio, a realizzarsi. A lei che manca per essere felice?”.

Provai a esagerare:

“Allora… una donna intelligente e sensibile, ironica e allegra, bella e sexy, che ci sia sempre quando ne ho voglia e che mi capisca le volte che desidero starmene in disparte. Poi opportunità di lavoro che consentano al mio talento di emergere, se di talento m’è lecito sperare di avere. E quel benessere economico che mi faccia togliere sei costosi capricci l’anno senza sentirmi in colpa. Penso che basti, considerato che la salute per adesso l’ho”.

Vidi nella sua espressione una risolutezza sconcertante.

“Io posso darle tutto questo, se si fida e continuerà a farlo per il tempo necessario.”

Mi sforzai di non crederci per evitare delusioni.

“Due caffè, grazie!” ordinò alla bionda e stufa cameriera, poi mi chiese:

“Di che cosa si occupa?”.

“Sono un sound engineer, tecnico di registrazione audio.”

“Avrei detto che fosse un artista. In un certo senso, mi sono avvicinato.” Iniziò a rivolgersi in modo confidenziale: “Comunque sono contento che lavori nella musica, perché questa e la matematica hanno molto in comune. Note e pause seguono sul pentagramma rigide leggi aritmetiche; e le partiture, proprio come i calcoli, possono sempre essere eseguite a ritroso. Senza dimenticare che si deve a Pitagora il primo tentativo di scala musicale, e che quella a cui facciamo riferimento oggi per stabilire gli intervalli fra le note è un insieme matematicamente simmetrico. Sono sicuro che sei predisposto a seguirmi dove intendo portarti”.

“Dove?”

Al solito, non rispose in maniera diretta:

“Prima ti ho sentito fantasticare di una donna intelligente, bella eccetera eccetera. Dimmi il nome di una così con cui hai scambiato almeno quattro parole”.

Non ci riflettei molto, accennando un sorriso.

“Delia Rossetti: viso e capelli mediterranei; forme rotonde e femminili; voce melodiosa, senza mai una stonatura dialettale; personalità magnetica, ma anche sfuggente… Bella e maledetta, insomma.”

“Non ci sei stato a letto, vero?”

Tornai a sorridere.

“No, l’ho vista quattro o cinque volte in comitiva, un anno e mezzo fa. Per me è poco più di un’immagine, e io per lei… non so. Chissà se si è trasferita a Roma, come sperava di fare prima o poi. È di Ladispoli.”

Estrasse dalla cartella un notebook, che mise sul tavolino, accese e connesse a internet. Dopo aver digitato scandendo “Delia Rossetti, Ladispoli”, chiarì lo scopo:

“Tutti noi lasciamo tracce sulla rete. E io troverò quelle di Delia, dovessi cercarle oltre l’ennesimo link”.

Ma non passarono neanche tre minuti, che lo udii esultare.

“Ci sono!”

Girò verso di me il portatile, per mostrarmi lo stralcio di un forum del sito Ladispoli Web. Qualcuno chiedeva “ma sei per caso Delia Rossetti?”.

Dal link finimmo sul forum. La conversazione, di un paio d’anni prima, era di quelle intime. Un che di stupore accompagnò la mia lettura.



Ipotizzato che a prendere il nickname dalla mitologia greca fosse stata proprio la mia afrodite Delia, fui morso da uno strano e fuori luogo sentimento di gelosia o invidia, non per nulla sinonimi l’una dell’altra. Probabilmente mi sarebbe piaciuto che lei trattasse solo con me certi temi, e senza il professore lì a origliare! Allora con un dito sfiorai il touchpad e, picchiettando, feci scorrere il testo sino alla fine.

“Mi pare che basti leggerne poche battute per leggerlo tutto.”

L’occhio cadde così sulle ultime righe, in cui Indio poneva una domanda che non avrebbe avuto riscontro.



Matteo Filangieri chiuse il notebook, sorseggiò il caffè ormai tiepido e non ebbe più freno:

“Dunque, se auspichi che lei frema d’amore e sia disposta a qualsiasi sacrificio per te, io andrò oltre le tue aspettative, dimostrandoti che posso concretizzare le tue aspirazioni. E, nel contempo, proverò a me stesso di essere in grado di farlo”.

Avvertii un brivido d’eccitazione, ma anche di paura, del quale mi vergognai.

Rispose al mio silenzio:

“Non credi che la felicità sia avere tutto quello che desideri?”.

Presi a dare del tu pure io:

“Può darsi. In ogni caso, che speri di ottenere in cambio?”.

Rise.

“Non certo scoparmi Delia, e nemmeno affiancarti nel tuo nuovo lavoro di manager. Mi bastano le soddisfazioni morali e… il trenta per cento di quelle economiche che ricaverai.”

“Ma come conti di procedere?” chiesi preoccupato.

“I motori di ricerca sono soltanto il primo, e spesso inutile, modo di scoprire sulla rete gli interessi di una persona. Esistono strumenti più raffinati: quelli che usa la polizia postale, per intenderci. Una volta note le passioni di Delia, e una già la sappiamo, mi servirò del teorema d’approssimazione di Weierstrass. Dopo aver rappresentato, interpolando modelli di statistica inferenziale, la corrispondenza biiettiva che lega i gradi d’entusiasmo della ragazza a diversi stimoli, ne estrapolerò un polinomio che indichi, in termini numerici, le reazioni di lei a varie azioni. A tal punto, potrai conoscere in anticipo i suoi modi d’agire che le tue mosse indurranno, e quindi decidere che cosa dirà e farà al tuo cospetto.”

“Alla fine, una bambola gonfiabile!”

“Mettila così: tu la renderai felice adottando un comportamento mirato a questo, nel tuo stesso interesse. E che c’è di male a rendere felici gli altri?” Concluse: “Ci aggiorniamo fra due settimane. Scrivi qui nome e numeri di telefono: ti farò avere mie notizie”.

Esaudii meccanicamente.

Mentre da solo mi allontanavo dal bar, mi domandai se quell’uomo fosse pazzo.



II

Erano passate tre settimane dal singolare incontro, e mi sorprendevo a pensarci ancora. In quel periodo ero alle prese con le registrazioni del quarto album di Debora Nori: una giovane autrice e interprete romana che avrebbe meritato di essere più conosciuta dal grande pubblico. Le sue fugaci tournée si rivolgevano a una nicchia di fan; per lei, il business era fare da corista a big della musica italiana, in sala d’incisione e dal vivo.

Io l’avevo scoperta artisticamente a quel tempo. E mi sarei precipitato a comprare tutti i suoi precedenti CD se solo fossero stati ancora in catalogo. Mi ammaliava non soltanto per la voce graffiata ma dolce, per le partiture complesse ma lineari, per i testi ermetici ma evocativi: le riconoscevo il dono di saper vedere le cose da un punto di vista personale e differente, così ascoltare le sue canzoni era un’occasione per riflettere, capire, crescere. Di ogni pezzo apprezzavo pure che il ritornello non si ripresentasse mai coi medesimi versi. Sentir ripetere due o tre volte in pochi minuti le stesse parole, per quanto poetiche possano essere, mi dà sempre voglia di puntualizzare: “Son mica sordo!”.

Si separava di rado da una Moleskine®, dove prendeva nota di spunti per futuri brani. Un pomeriggio la dimenticò aperta sul banco regia, e i miei occhi colsero il distico che vergava una pagina.



Debora rafforzava un mio convincimento: i veri artisti hanno il senso della vera bellezza, forse perché abituati a cercare ogni giorno l’emozione.

Mi sentivo del tutto al servizio di questo nuovo lavoro discografico, che desideravo rispecchiasse fedelmente il mondo di lei. Di conseguenza, nel corso delle sessions, ero concentrato oltre il solito. Probabile che sembrassi in trance, ma m’interessava poter fornire un parere accorto sulle esecuzioni da scegliere per il CD, malgrado quello fosse più il compito del produttore che il mio.

Ricordo che il chitarrista Mirko Fogliani stava provando un breve assolo con la sua Gibson elettrica – una Les Paul Custom del 1954! – e che io, di qua del divisorio in vetro, ero assorto nell’individuare la svisata giusta, allorché sul banco lampeggiò il led rosso della linea telefonica.

“Sì?” risposi alla centralinista.

“Rob?”

“Sono io.”

“C’è in linea per te una certa Delia Rossetti. Te la passo?”

Se non mi venne un colpo, poco ci mancò.

La voce caramellosa e l’allegria pragmatica erano inconfondibili:

“Ciao!, sono Delia. Ho ricevuto il tuo fantasmagorico messaggio con i tre numeri di telefono. Dovevo beccarti per forza!”.

In religioso silenzio, caddi dalle nuvole e da ancora più su. Per fortuna andò avanti lei; ma, in effetti, per fortuna mica tanto:

“Allora, che devi propormi di così speciale? Mi hai incuriosita”.

Pensai al professore – bastardo! – e a me, costretto a guadagnare tempo.

“Ascolta, adesso sto lavorando. Se mi lasci il tuo numero, ti chiamo io dopo.”

“Il mio numero? Ma se mi hai mandato un SMS…!”

Mi ripresi:

“È vero, scusa, non farci caso. E se ci vedessimo domani al Caffè Spagnolo? Ma… ti sei trasferita a Roma?”.

“Sì, sì, okay! Di mattina alle otto e mezzo va bene?”

Sapendo di dovermi trattenere in studio fino a notte inoltrata, avevo supposto l’appuntamento non prima delle dieci, ma assentii lo stesso:

“Ci sarò”.

“A domani dunque. Sono molto carica, ciao!”

“Ciao… un bacio.”

In preda allo scompiglio, ebbi la sola necessità di chiamare il professore al più presto. E raggelai: lui non mi aveva dato alcun recapito telefonico.

Debora, seduta accanto, mi chiese:

“Un tuo giudizio sull’assolo?”.

“Mi pare perfetto.”


Il tragitto in metropolitana della mattina dopo fu, né più né meno, come andare agli esami impreparato. Alle otto e un quarto uscii dalla stazione Spagna; ma, prima che attraversassi la piazza, vibrò il cellulare. Il numero chiamante non era fra quelli memorizzati nella rubrica.

“Sì?”

“Ciao, sono Matteo Filangieri.”

Il tono della mia voce espresse il risentimento.

“Ma in che razza di situazione mi hai messo? Non ho la più pallida idea di cosa tu le abbia scritto a mio nome, non so che raccontarle e la vedo fra dieci minuti!”

“Calma! Se non intendi sbagliare mossa, è necessario che mi paghi un piccolo anticipo di quel trenta per cento pattuito sulla tua ricca vita futura.”

“Eh?” gridai.

“Avevi ragione su Delia: è davvero intelligente, bella e desiderabile. Dunque che sono mille euro per averla nel letto quando vuoi?”

Immaginandomela inghiottii a fatica, mentre lui fece fretta:

“Ti concedo solo qualche minuto. Poi, se avrai deciso per il no, non ci sarà per te un’altra occasione”.

Chiuse il colloquio.

Mi sentii bloccato dai piedi al cervello. Certo, per la prima volta Delia mi era parsa, al telefono, presa da me. Ricordai un po’ ferito una serata in discoteca: nemmeno il tempo di sedermi vicino a lei, bellissima, che di colpo mi aveva mollato sul divanetto comunicandomi “ballo!” e tutto il suo disinteresse per la mia persona. E i sensuali movimenti del suo corpo, al ritmo ipnotico della musica, non mi erano stati forieri di alcun godimento.

Adesso era a pochi metri, nella smaniosa attesa di ciò che avrei dovuto dirle. Appunto, cosa dirle? Che diavolo le aveva scritto il professore per incuriosirla in tal modo?

Chiamai il numero dell’ultima telefonata ricevuta.

“Allora?” esordì lui senza indugio.

“Va bene per i mille euro.”

“Dove ti trovi?”

“A piazza di Spagna.”

“Vediamoci fra dieci minuti al solito bar della stazione.”

“Ma che dici? Non arriverei più all’appuntamento con Delia.”

“Fidati! Se vuoi conquistarla davvero, oggi non devi incontrarla per niente. Ti aspetto.”


Stordito, stavo ormai per raggiungere il professore. Era seduto nell’area esterna del locale, con una giacca stazzonata indosso e un quotidiano aperto sul tavolino.

Sedetti anch’io, dopo aver spostato la sedia con un piede a mostrare la contrarietà.

“Chiamala!” m’istruì.

“Cosa…?”

“Dille che non potete vedervi: trova un pretesto qualsiasi.”

Mi porse un telefonino, di vecchia generazione, con già impresso sul display il numero della dea.

“Ciao, sono Rob.”

“Ehi, ma dove ti sei cacciato?”

“Scusami, purtroppo sto per andare di corsa in studio. Poco fa è stata decisa una session mattutina, sebbene stanotte avessimo finito alle due. Sai come sono gli artisti, no? Bizzarri e imprevedibili.”

“E quindi?”

“Quindi perdonami, mi faccio sentire io… magari per qualcosa di più d’una colazione.”

“Sei consapevole che dovrai offrirmi una cena, vero?”

Il tono scherzoso mi rincuorò.

“D’accordo, con piacere.”

“Ciao, allora.”

“A presto!”

Notai che la pronuncia di quel “ciao”, per la prima volta senza la corretta consonante raddoppiata, aveva palesato le origini romanesche di lei. Era come… se avesse preso a togliersi i vestiti per me.

La voce del matematico mi riportò sulla terra.

“Mi sembra utile discutere lo stato attuale della faccenda. Tu mi hai esposto una ricetta di felicità a base di tre ingredienti, ovvero passione, prestigio e agiatezza, e io mi sono limitato a farti avere sentore del primo. Che effetto ti fa scoprire alla tua portata un sogno che, soltanto l’altro ieri, consideravi utopistico?”

Provai a ridimensionare:

“Elettrizzante, fuor di dubbio; ma preciso che al nostro primo incontro io ho espresso tre desideri senza ragionarci troppo e… per nulla convinto del tuo luminoso genio. Potrei averti riferito semplici velleità del momento, di nessun interesse per me ora”.

“Fregnacce! Qualunque giovane che usi la testa mira a realizzarsi nei campi del lavoro e degli affetti. E poi, proprio perché hai manifestato le prime aspirazioni che ti sono venute in mente, ne hai rivelate di vere. Se le soffochi, le reprimi, ottieni solo d’ingigantirle, di gonfiarle al punto che scoppieranno uccidendoti.”

“Siamo sul catastrofico!”

Andò al sodo:

“Quando mi consegni la somma, meglio se in contanti?”.

Presi tempo irridente:

“Così è vera catastrofe! Io, Delia, nemmeno l’ho incrociata, mi chiedo che cosa si aspetti da me e non so neanche, dopo un anno e mezzo dall’ultima volta che l’ho vista, se mi piace ancora. Per quale motivo dovrei pagare mille euro?”.

Il professore mise mano alla cartella che aveva poggiato su una sedia. E ne trasse un piego di fogli, stropicciati come la propria giacca e tenuti insieme da una clip.

“Studia con calma, poi portala fuori e comportati secondo quanto appreso. Mi farai sapere. Nessuna fretta per il mio meritato compenso!”

Non diedi particolare importanza alle carte che mi passò. Il solo elemento di rilievo era adesso il numero del telefonino di Delia salvato nella mia memoria.


Dopo quel zigzagare della mattina, mi sentivo abbastanza fuori del tempo, tant’è vero che giunsi in studio, nella lontana via Flaminia, con quasi un’ora di ritardo. Debora ci scherzò su:

“Ed ecco a voi, venuto apposta dagli Abbey Road Studios, il grande, unico e inconfondibile… Rob Italiano!”.

Scrosciò l’applauso dell’arrangiatore, dei musicisti, delle coriste nonché quello di Valeria, la mia assistente. Feci un inchino, chiesi scusa e sedetti accanto a lei.

Nella live room, il giovane produttore artistico Germano Ravelli riprese a esporre a Debora e al batterista Fabrizio Liguori il ritmo da conferire a un pezzo.

“Cosa ti è capitato?” domandò flebilmente Valeria, spostandomi dall’orecchio il padiglione della cuffia appena indossata. “In tre anni che lavoriamo assieme, non ti ho mai visto arrivare in ritardo.”

“Nulla di grave… ti spiego dopo.”

“Il Produttore Ragazzino ha fatto dell’ironia.” La voce fece il verso a quella di Germano: “Che differenze ci sono fra quando Rob c’è e quando no? Sembra comunque altrove”. Poi il timbro e l’inflessione tornarono naturali: “Debora ti ha difeso, definendoti insostituibile per gusto e competenza”.

“Bene, se il ragazzino vuole la guerra, allora guerra sarà!”

Valeria sorrise e mi strinse un braccio.

“Non dovevo dirtelo. Ho dimenticato che sei più permaloso di una bella donna.”

Cercai sfogo ad altre inquietudini:

“È chiaro che lui non sia cosciente del suo punto debole: impartisce di continuo ordini su come usare voce e strumenti, e non distingue una terza da una quinta!”.

La coscia nuda di Valeria diede, complice, un colpetto alla mia.

“Stai parlando di armonia musicale o… di tette?”

Era la compagna di banco che avrei voluto a scuola. Oltre a essere molto capace, questa milanese doc mi sorprendeva per come sapesse sdrammatizzare le conflittualità con sorridente distacco e pronta intelligenza. Fino a cinque anni prima, aveva coltivato il sogno di cantare: dopo aver preso lezioni da una maestra ben conosciuta nell’ambiente, era diventata la frontwoman di un gruppo composto per il resto da maschi. Per quanto non sembrasse una circe, aveva stregato tanti uomini. Chissà se proprio il suo fascino, di certo subito da più di uno dei musicisti di quella band, non avesse concorso a causarne il prematuro scioglimento.

Infatuatasi di un chitarrista romano, era venuta a vivere nella Capitale, guadagnandosi il posto al mixer del gruppo di lui. Piantata – capita anche alle donne affascinanti – aveva preso a frequentare sempre a Roma un famoso produttore discografico – le donne affascinanti non restano sole a lungo – sposato e di vent’anni più grande. Si vedevano ancora in modo sporadico, senza impegno.

Avrei ceduto volentieri alla tentazione di confidarmi e raccontarle del professore, di Delia e di questa vicenda assurda. Ma sapevo che il giudizio della collega sarebbe stato pesante. M’immaginavo una paternale del tipo: “Credi davvero che nella vita sia tutto riconducibile a un’equazione matematica? E che si possa raggiungere qualunque obiettivo semplicemente calcolando delle incognite? Ma se anche così fosse, che piacere ricaveresti da tali conquiste, realizzate non grazie alle tue doti ma con l’aiuto di una formula pressoché magica?”.

Forse, più che l’eventuale pensiero di Valeria, quello in realtà era il mio. In ogni caso, decisi che l’inopinata storia l’avrei condivisa soltanto dopo il suo epilogo. Viverla sarebbe stata una debolezza o un’azione coraggiosa comunque mia e solo mia.

Il fatto strano è che non vagliai neppure la possibilità, fino a quel momento attuabilissima, di lasciar perdere. Mi piaceva sentirmi su questa pista infida, perversa e inconfessabile, con al traguardo il paradiso o l’inferno.


Nondimeno, mentre un autobus mi portava a casa, fui solleticato dall’idea di non guardare per nulla i fogli del professore. In fondo, anche senza il suo ausilio avrei potuto lo stesso attrarre Delia: fisicamente non ero poi così male; svolgevo un lavoro degno d’interesse; risultavo disinvolto nel rapporto con gli altri; in tutta onestà, mi attribuivo parecchio talento a letto.

Due ore più tardi, rilassato sul divano, gettai uno sguardo al tavolino con sopra sia i fogli che il cellulare. Presi quest’ultimo.

“Pronto?” fece lei, svagata.

“Delia, ciao… sono Rob.”

“Ciao, ma quante sim possiedi? Ho ricevuto poco fa il tuo messaggio. La mia risposta è… sì!”

“Sì?”

“Hai capito bene. Certo che sei imprevedibile!”

Nel sentirla contenta in questo discorso fra pazzi, mi si apriva il cuore.

“Faccio del mio meglio, con te.”

La udii ridere col sottofondo ovattato d’un trillo di campanello.

“Ci si vede dunque domenica. Scusa, ma aspettavo un amico… Ah, per i dettagli concordiamo la mattina stessa, d’accordo? Ciao!”

“Ciao… a domenica.”

Era venerdì, non sapevo molto del mio appuntamento con lei, che per di più ora si trovava a casa con… l’amico!

Per distrarmi, pigliai i fogli del matematico. Sul primo lessi un polinomio e, sotto, la metodologia da seguire per dei calcoli. Nei fogli successivi, per un’infinità di luoghi e circostanze ordinati per genere, mi sarei imbattuto in valori di “x”, “y” e “z” da assegnare all’espressione allo scopo di ottenere un numero compreso fra zero e dieci. Questo avrebbe quantificato il gradimento di Delia per ogni nostro possibile incontro.

Mi sembrò più dilettevole della Settimana enigmistica. E ritenni che Matteo Filangieri avesse senza dubbio svolto un gran lavoro, anche se con risultati tutti da verificare. Ma lasciai quei fogli rimpossessandomi del vero problema: la furbizia di quest’individuo, che aveva “scommesso” mille euro sulla mia necessità di saperne di più sull’appuntamento preso da lui (!) per me.

“E se domenica improvvisassi? Magari ne verrebbe fuori una ‘jam-session’ divertente” ipotizzai. Ma un’altra riflessione sminuì la prima: “In tal modo però potrei giocarmi per sempre Delia, perdendo di credibilità ai suoi occhi. E addio pure al resto del futuro stimolante che promette il professore! Cos’è che desidero davvero?”.

Mi mancava la consapevolezza di non avere scelta: l’adrenalina in circolo era già così tanta da procurare dipendenza. Matteo Filangieri mi aveva in pugno.


“Mi scontro da un po’ con gli sguardi del solito bar” considerai, con in mente una vecchia canzone che ricordo solo io, mentre quel sabato sedevo al tavolo con il professore.

Gli diedi una busta, con dentro venti banconote da cinquanta, che intascò nella giacca con la buona creanza di non contare. Prese quindi il telefonino e, dopo averne pigiato qualche tasto, lo pose davanti ai miei occhi. Il display visualizzava l’ultimo SMS spedito a Delia.



Ovvio che lei aveva risposto di sì. Qualunque donna l’avrebbe fatto.

Il matematico calcolò il mio pensiero:

“Non è solo per la casa dell’attore bello e famoso: la eccitano le situazioni di pericolo, e non ha una chiara percezione del male e del bene. Immagino che, queste e altre cose su di lei, tu le abbia già scoperte studiando il mio elaborato, no?”.

Un po’ aspro, andai al nocciolo:

“Dov’è la villa e come faremo a entrarci?”.

Mise mano nella tasca interna della giacca, per pormi innanzi uno degli abituali fogli spiegazzati. C’era stampata una piantina dell’Infernetto. Uno scarabocchio di biro rossa contrassegnava l’abitazione; con identico inchiostro, erano state scritte in calce altre indicazioni utili. Delucidò:

“Sul lato posteriore della villa, una piccola parte del muro di cinta è ancora priva d’inferriata. Vi darà accesso al giardino. Sul retro della casa, aprendo l’ultima persiana a destra, troverete le chiavi messe a disposizione dei visitatori autorizzati. L’importante è che diate l’idea di essere tali, qualora foste visti dalla coppia di anziani custodi che abita nella dépendance. Superfluo aggiungerlo: sarebbe preferibile passare inavvertiti”.

Mi dissi in silenzio:

“Con una donna, una cosa normale mai, vero Rob?”.



III

La domenica mattina ci fu un breve scambio di SMS fra me e Delia.



Con la camicia, i calzoni e le scarpe che più mi piacevano per quell’estiva primavera, alle quattordici e trenta salii nella mia Citroën C5 tirata a lucido. Avevo previsto che da Monteverde Nuovo, dove stavo di casa io, ci volesse circa mezz’ora. Infatti imboccai la via stabilita con due minuti d’anticipo.

Prima d’individuare il portone “ventotto”, scorsi lei ad attendermi all’ombra di un platano. Era di una bellezza commovente: capelli scuri, lunghi e ondulati, che sembrarono mare aperto di notte; occhiali da sole grintosi, a proteggere la soavità dello sguardo; vistoso top giallo, che splendeva sotto una giacca nera sbottonata; pantaloni stretti, sempre neri, ad abbozzare quanto nascondevano; eleganti mocassini, ancora dello stesso colore, che vidi muovere con classe verso la mia auto, appena accostatasi. Aprì la portiera e si sporse dentro affabile.

“Che bella macchina! Ci trattiamo bene, eh?”

Quando fu a bordo, l’accolsi con un bacio sulla guancia e una disarmata sincerità:

“Sei tu bella”.

Sorrise mentre rivolse altrove gli occhi, che poi tornarono su di me.

“Dunque dov’è questa casa? E come ti è venuta l’idea?”

Dissi non sapendo che dire:

“Cerco ispirazione per la mia prossima dimora”.

“Spero d’aiutarti, anche se l’anno scorso mi sono laureata non in architettura ma in filosofia.”

Misi in marcia l’auto. Buona parte del tragitto fu scandita da rievocazioni dei nostri pochi incontri, sempre in gruppo, e di episodi vissuti separatamente con Marcello, l’amico in comune grazie a cui l’avevo conosciuta.

“A proposito, lo hai sentito negli ultimi tempi?” domandai.

“No. Tutte le volte debbo essere io a chiamarlo e comincio a stancarmi: mi piacerebbe che, ogni tanto, si ricordasse lui di me.”

“Ma, a meno che tu non sia al primo posto fra gli interessi di una persona, ti gratifica davvero che questa ti cerchi perché, in quel momento, non può dedicarsi alle sue priorità? A me lusinga di più che qualcuno sia disponibile quando io lo cerco e che, magari, rinvii un impegno pur di vedermi.”

Lasciataci alle spalle via Cristoforo Colombo, mi diede l’impressione d’inseguire un pensiero:

“C’è qualche aspetto della tua vita che preferisci tacere?”.

“Forse, ma solo da poco. Se me l’avessi chiesto un mese fa, mi sarei vantato di poter raccontare a chiunque ogni cosa di me.”

Resi la domanda.

E “sì” fu la recisa risposta.

Per toglierci dall’imbarazzo del silenzio, allora scherzai:

“Ho capito… sei stata con una donna!”.

Rise, col suo riso argentino.

“Nooo! Rob… te lo direi.”


Dopo aver superato di una decina di metri il cinereo cancello in ferro battuto della villa, parcheggiai. Mentre ci dirigevamo a piedi verso la meta, con Delia poco più avanti, la guardavo. E godevo del piacere che mi procurava guardarla. La sensazione era che fossimo due anime entrate in risonanza e che, da quel giorno, ognuna avrebbe vibrato con l’altra per simpatia, come le doppie corde di una viola d’amore.

Si volse indietro.

“Non mi sarebbe dispiaciuto, con questo caldo, se fossi stata in minigonna.”

“Invece te ne saresti pentita: per giungere sul retro, dobbiamo passare per quella striscia di terreno ricca di arbusti, che ti avrebbero graffiato le gambe.”

Iniziammo l’angusto percorso.

“Sei premuroso o mi credi orribile con la gonna?”

“È chiaro: la seconda!”

La sua voce appariva ora graziosamente stizzita.

“Guarda, non ti rispondo neanche perché… sono troppo buona!”

Mi sapeva tanto di gioco. E, visto che dopo la fanciullezza non capita spesso di giocare, percepivo di vivere momenti preziosi.

“Sai che mi ricordi qualcuna?”

“Chi?”

“Catherine Zeta-Jones alla tua età.”

“Be’, allora non devo essere poi così male con la gonna. Non immagini neppure cosa ti sei perso!”

Nel mezzo d’una siepe di Leyland, si svelò il varco che ci avrebbe permesso di entrare. Facendoci largo fra i rami, scavalcammo gli ottanta centimetri del muro di cinta, prima Delia e poi io.

Il parco della villa, di un tremila metri quadri, era di notevole impatto. Disposte secondo un riuscito e armonioso disegno, le specie arboree, arbustive ed erbacee – dalle palme ai melograni, dagli ibischi alle azalee, dai giacinti agli anemoni – producevano, con il contributo del silenzio, un ossigenante senso di quiete.

A un centinaio di metri da noi, si ergeva su due piani la casa, di stile classico, con la facciata destra che dava su una piscina olimpionica e un campo da tennis in terra battuta, mentre sul fronte opposto, alle distanze opportune, c’erano la dépendance e il garage. Percorrendo un passetto in pietra, che si snodava sul prato inglese tutt’attorno, Delia fece strada. E, trovatasi oltre un ottagonale gazebo in legno di teak, ricoperto di tessuto bianco sulla tettoia e di gelsomini sui grigliati laterali, puntò a un variopinto angolo di giardino: una collezione di rose antiche, dal fascino diverso che si può cogliere solo dimenticando l’impeccabilità di quelle moderne.

Cercai di stabilire un contatto coi pensieri di lei:

“Chi ama il loro profumo e i loro colori gli perdona che si concedano una sola volta l’anno”.

“E tu, qualora amassi profondamente una donna, la perdoneresti se potesse concedersi a te una volta l’anno soltanto?”

“Ho sempre ragionato in termini di qualità e non di quantità.”

Forse paga della risposta, si chinò verso il roseto e, con due dita, flesse con delicatezza un gambo per sentire il promesso profumo. Poi, tiratasi su, mi venne vicinissima con voce di bimba – “guarda cosa mi son fatta!” – mostrandomi sul polpastrello dell’indice una minuscola goccia purpurea. Come si fa coi bimbi, presi quel dito per succhiare.

“Che fai?” frusciò, ritraendo la mano. “Su, entriamo in casa!”


Varcammo un ingresso dalle due ante interamente in vetro, cornici di legno a parte. La pavimentazione, in cotto, apparve tutt’una con quella esterna del patio, mitigando in me l’idea d’invadere uno spazio chiuso.

Neanche un paio di secondi e sobbalzai, non so se più a causa di un improvviso risuonare di campane o più per il grido di Delia che ne derivò. Ridemmo di gusto nell’accorgerci che il suono giungeva da un magnifico orologio a pendolo da gran salone, mentre eseguiva le battute iniziali di Fra Martino con un finale costituito da quattro rintocchi.

Era davvero un gran salone, ancora da arredare del tutto: per esempio, non un solo quadro corrompeva il candore delle pareti.

In stile Inghilterra edoardiana, un divano a “L” in pelle bianca, dalle dimensioni inimmaginabili, assicurava ai futuri ospiti l’invidiabile vista sul verde offerta da due luminose finestre; nei mesi freddi, il calduccio di un camino ad angolo.

Più avanti la zona conviviale, cui si accedeva passando semplicemente sotto un arco di gesso, era segnata da un tavolo di forma ellittica, per almeno dodici persone, con la base in bronzo e il piano in cristallo con cesellature lungo il bordo.

Ancora oltre, una porta scorrevole in vetro satinato, dai leggeri decori sabbiati, dava adito a un’ampia cucina in muratura con al centro un’isola rettangolare. Si capiva che era una cucina mai utilizzata.

“Allora Rob, cosa vuoi per cena?”

“Forse dovrei chiederlo io a te: ai fornelli me la cavo bene.”

“Sì? Sei pieno di risorse” fece, aprendo qualche anta dei pensili in ciliegio che, puntualmente, si rivelavano vuoti proprio come lo spazioso frigo.

“Senti Delia, non possiamo dedicarci all’arte gastronomica, dunque che dici d’una visita al piano di sopra?”

“Non vorrai mica portarmi in una stanza da letto?”

“Chissà!”

Tornammo sui nostri passi, per servirci della scala in legno di mogano che avevamo visto prima.

Su, un disimpegno accompagnava in tre camere. La prima, con i mobili in noce intarsiato, aveva il bagno padronale annesso, che si presentò completo di tutto il desiderabile: una scenografica sauna finlandese; un enorme box doccia con funzioni di turbomassaggio, getto a cascata e bagno turco; una vasca Jacuzzi per due, dagli insoliti profili in vetro opaco chiaro, posta sotto una volta di gesso con faretti incassati. Il bordo della vasca, ricoperto per metà della larghezza da marmo bianco di Carrara, alloggiava il pannello comandi dell’idromassaggio shiatsu computerizzato.

“Rob, guarda! Ma quand’è che avremo un bagno così?”

Non lo nego: l’uso della prima persona plurale mi emozionò.

Le piastrelle erano di due tipi: alcune bianco-lucide, impreziosite da minuti cristalli di quarzo trasparente sotto lo smalto; altre, ancora più appariscenti, di colore oro antico. Insieme, grazie a tagli diversi, dipingevano le pareti in maniera sempre varia e mai banale.

“Ma sono d’oro?” chiese, passando due dita su uno dei torelli che, allineati alla classica altezza di un metro e venti, delimitavano in alto il rivestimento ceramico dei muri.

In quell’istante avrei sminuito qualsiasi cosa fosse appartenuta a un altro, perciò risposi:

“Ma no! È solo una sottile foglia…”.

Non ebbi modo di concludere, che sentimmo provenire uno scricchiolio da giù. Lessi paura nel suo sguardo e nella sua voce ora tenue:

“Rob, è entrato qualcuno. Che facciamo?”.

Riconosco di non avere molte delle qualità che vanta la maggior parte degli uomini. Ma, di contro, sono cosciente di possederne poche altre che parecchi si sognano. Una di queste è che nei momenti di pericolo, in cui tutti intorno perdono la testa mentre, in una manciata di secondi, necessita trovare la soluzione senza l’opportunità di riprovarci in caso di errore, finisce che d’improvviso mi estranio e, come guardando dall’alto, spoglio del coinvolgimento emotivo che offusca il braccio e la mente, scorgo nitido un varco d’uscita verso la salvezza, fosse anche unico e stretto.


Quindicenne, nel mare di Focene con due compagni di classe, mi accorsi che uno di loro, Lorenzo, annaspava a causa della marea alzatasi di colpo. L’altro, Davide, poco fiducioso nelle proprie abilità natatorie, con l’aiuto delle pinne stava di gran carriera guadagnando la riva. Mi sembrò d’assistere più o meno a una finzione cinematografica, investito di una calma irreale e ormai inconsapevole che, avvicinandomi al compagno incapace di restare a galla ancora a lungo, avrei corso il serio rischio che mi trascinasse giù con lui. Sorridendo, gli nuotai incontro senza fretta, comportandomi nella sola maniera possibile per uscirne vivi: capovolsi la situazione, presentandola ai suoi occhi come per nulla critica, come veramente finii per vederla io con una certa dose d’incoscienza. Protesi un braccio e invitai Lorenzo ad appoggiarsi. Questi, tranquillizzatosi per prodigio, ubbidì facendosi leggero.

Ma, guardando “dall’alto”, ogni cosa appare piccola: mi ci volle un po’ per rendermi conto che la distanza dalla battigia, con la corrente che spingeva al largo e col mio handicap di nuotare con un braccio soltanto, diventava sempre maggiore. Per fortuna giunse a tiro di voce un pedalò; così, con identica calma, provai a irretire l’attenzione dei due sul natante. Qui sorse il problema perché quei ragazzi, ritenendo che la mia richiesta d’aiuto avesse un tono troppo pacato, immaginarono uno scherzo e fecero per allontanarsi. Provvide Lorenzo, con le sue parolacce, a richiamarli e a consentirci di raggiungere la riva in tutto relax, aggrappati al pedalò.


“Rob! E se sale qui…? Nella migliore delle ipotesi ci scambierà per ladri!”

“Occorre capovolgere la situazione.”

“Vale a dire?”

“Se entra, anziché risultare fuori posto e imbarazzati noi, bisogna mettere a disagio lui o lei.”

“E come?”

“C’è un solo modo: deve trovarci mentre… ci baciamo.”

Delia esibì un vago sorriso, intanto che cominciò a guardarsi attorno accennando nervosi saltelli.

“Che fai?” chiesi.

“Vedo se ci sono alternative.”

Il rumore della mia vanità calpestata dalle sue belle scarpe venne presto sovrastato da quello di passi sulla scala. Allora, senza preavviso alcuno, lei mi si gettò al collo paralizzandomi. E quando si accorse che non muovevo più un dito, vi pose rimedio:

“Non ti preoccupare, stringimi!”.

Proprio nell’attimo in cui una figura si fece alla porta, avvertii premere le morbide labbra di Delia contro le mie.

Con pronuncia inglese poco probabile, una stentorea voce maschile avanti con gli anni manifestò con il tono lo sbigottimento:

“Ah… sorry!”.

Come in un film comico, tenendo la bocca attaccata a quella di lei, e senza guardare verso l’uscio, feci con la mano un cenno per dire “non si preoccupi, entri pure!”.

E l’uomo, per contro, uscì all’istante bofonchiando:

Li mortacci loro! ’Sti attori americani n’annunciano mai quanno ariveno”.

Delia si staccò, e fece fatica a contenersi dal ridere e parlare.

“Sentito? Ci ha preso per attori americani!”

“Cose che capitano.”

“Rob, sei un genio!”

E mi baciò di nuovo, aprendo stavolta un varco alla sua magnetica lingua.

Appoggiai una mano sul seno vicino al cuore.

Mi rivolse uno sguardo vulnerabile.

“Mi spiace, non trovi moltissimo.”

“Te l’ho detto che preferisco la qualità alla quantità.”

Sciolse a questo punto l’abbraccio, e si sfilò dapprima la giacca e poi il top, sotto cui non portava nulla. Chissà perché fui sorpreso quando procedette a spogliarsi, e anche gli slip neri dai gentili ricami finirono a far compagnia agli altri capi, a contrastare il bianco del piano di marmo con due lavabi. Forse, non avrei osato immaginarla nuda alla nostra prima uscita da soli. Rimasi in estatica contemplazione per qualche secondo, finché non domandò:

“E tu… non ti togli niente?”.

“È vero, scusa.”

Mi svestii di tutto anch’io, per inebriarmi al massimo del corpo da stringere.

“La mia pelle respira a contatto con la tua” le dissi a un orecchio.

Mi slegai con lo scopo di ammirarla ancora, quindi mi flessi sulle ginocchia. La mia bocca scompigliò la sua soffice angora, per poi scivolare giù golosa.

Non so quanto tempo sia passato, prima che mi chiedesse di sedermi sul bordo della Jacuzzi.

“Potremmo farlo in questo modo” suggerì, mentre la vidi di schiena, callipigia, accomodarsi su di me.

Il suo movimento iniziò subito con senso ritmico, e le mie mani interpretarono un tracimante desiderio per seni, addome, cosce e glutei.

Volse indietro il viso accalorato.

“Ce la fai a resistere?”

Ambii a stupirla:

“Posso quanto voglio”.

“Fantasmagorico! E chi ti molla più?”


Fuori era già penombra.

“Rob, è tardissimo: dovrei essere a casa da un pezzo!” lamentò, mentre indossava di premura gli slip.

“Pensavo abitassi da sola.”

“Ho affittato un piccolo appartamento con una cugina. E quando dividi la casa con qualcuno, anche se all’insegna della reciproca libertà, hai comunque dei vincoli, fosse solo che l’altra persona ti aspetta e sta facendo da mangiare pure per te.”

Una volta in giardino, ci dirigemmo verso il cancello: era probabile che una delle chiavi legate a quella della casa l’avrebbe aperto. Dopo, sarei tornato a riporre il mazzo dietro la persiana sul retro.

Notammo sulla destra una cappella privata. Il portale, in ferro battuto grigio, appariva socchiuso.

“Guarda!” bisbigliò, con tono complice. “A saperlo… sarebbe stato eccitante farlo là.”

In tutta franchezza, non compresi se scherzasse o dicesse sul serio.

Quando fummo in auto, il suo rilassamento si poteva toccare con mano.

Fui lì lì per invitarla a casa mia per la sera successiva, ma un dubbio mi azzerò l’audio: in che misura l’avevo eccitata io e non la situazione ad hoc prodotta dal professore sulla base di risultati matematici? E perché mettermi ora a rischio di proporre qualcosa che, magari, non l’avrebbe attratta più di tanto, mentre prima avrei potuto fare un po’ di calcoli con il polinomio che la rappresentava? Mi stavo scoprendo terribilmente insicuro e con un’eccessiva paura di perdere l’euforia appena conquistata, che nessun’altra donna mi aveva mai procurato prima.

“Sei troppo silenzioso. A che pensi?”

“A nulla.”

Sorrise e mi carezzò con le unghie una coscia.

“E chi ti crede? Vuoi farne un mistero?”

“No.”

“Allora dai, sono curiosa!”

“Stavo pensando che… a casa di Matt Damon, ho fatto l’amore con Catherine Zeta-Jones.”